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Author Bio
Toni Veneri
University of Trieste
Il Rinascimento è stato ed è tuttora al centro di un’articolata mitologia dello spazio elaborata dalla storiografia occidentale: nella riflessione umanistica come nelle applicazioni tecniche, nelle arti figurative come nell’esercizio territoriale dell’autorità, nuovi paradigmi spaziali sembrano emergere in questo periodo modificando gli orizzonti delle scienze e dell’agire politico. La frattura epistemologica identificata con la modernità viene così fatta risalire all’apparizione fra Quattro e Cinquecento di nuove pratiche di spazio, cui sono possono essere ricondotti decisivi mutamenti nella produzione di testualità particolarmente interessate alla rappresentazione dello spazio geografico, come la cartografia e la letteratura di viaggio.
Nel primo caso, prima ancora di rivoluzione scientifica, ovvero nel senso indicato da Thomas S. Kuhn di adozione di un paradigma condiviso da parte di una particolare comunità scientifica (103), la storia della cartografia, a lungo vincolata alle narrazioni finalistiche della teleologia positivista, ha individuato nel Rinascimento un momento di emancipazione dai simbolismi religiosi delle mappae mundi medievali e di ingresso nel sapere umanistico dei procedimenti della tecnologia nautica. Nel secondo caso la critica
Contemporaneamente i due tipi di rappresentazioni tendono ad allontanarsi, secondo Michel de Certeau, il quale sovrappone rispettivamente alla mappa e al racconto di viaggio la distinzione fra luoghi e spazi, laddove il luogo implica una configurazione di posizioni, quindi stabilità e ordine, mentre lo spazio è un luogo praticato, animato dai movimenti che vi si svolgono, secondo un’opposizione simile a quella che in linguistica distingue la competenza dalla performance (173). Se precedentemente luoghi e spazi non erano dissociati e la mappa conservava i suoi descrittori di percorso, successivamente essa va incontro a un processo di formalizzazione e si autonomizza. La rappresentazione cioè tende a sganciarsi dalla pratica che l’ha posta in essere, tende a nasconderla. La letteratura di viaggio in questo si differenzia, nel mantenere in superficie la traccia delle operazioni materiali che hanno permesso la mappatura. La mappa in altre parole si è lentamente svincolata dagli itinerari che ne erano la condizione di possibilità e man mano che un discorso moderno di costruzione dello spazio si istituzionalizza e diventa egemone, la carta si spopola: la formalizzazione è infatti soprattutto una riduzione delle possibilità metaforiche della rappresentazione.
Solo essendo sempre più reticente sui procedimenti della propria creazione, la carta ha potuto costituirsi come uno degli emblemi del discorso scientifico, capace grazie a un sistema unico di proiezione di giustapporre in un insieme formale luoghi astratti eterogenei: luoghi trasmessi da una tradizione (Tolomeo) e luoghi prodotti dall’osservazione (i portolani) assemblati in un unico quadro totalizzante di esposizione del sapere geografico dal quale gli itinerari che l’hanno prodotto sono stati cancellati (179).
La tesi di Certeau è molto convincente e indispensabile alla riflessione sulla costruzione dello spazio in età rinascimentale, ma a patto di non irrigidire la polarizzazione: se è importante insistere sull’istituzione di classi separate di rappresentazione e sulle loro caratteristiche strutturali, è altrettanto rilevante individuare gli assunti retorici e mimetici comuni che, circolando da una zona culturalmente demarcata a un’altra, attraverso una complessa serie di negoziazioni, rivelano la dimensione sociale del potere della rappresentazione, quell’energia sociale che “si manifesta nella capacità propria di certe tracce verbali, auditive e visuali di produrre, modellare e organizzare le esperienze collettive di tipo fisico e mentale” (Greenblatt, Shakespearean Negotiations 6), energia che è poi il presupposto della loro sopravvivenza estetica. Interpretare la carta geografica rinascimentale come prodotto di intenzioni collettive, a partire dalla sua leggibilità, significa inserirla in una storia delle rappresentazioni simboliche che renda conto dell’ingresso della mappa nella pubblica rappresentazione, dell’emergenza di configurazioni di potere che non possono essere scisse dalla rapida e formidabile espansione della cartografia a stampa e dell’editoria di soggetto geografico, dall’apparizione della mappa nell’iconografia del tempo, dalla diffusione domestica di carte come segno di distinzione sociale. Per esempio queste ultime, la cui apparizione è concomitante a quella dei quadri,
oltre a comunicare conoscenze – reali o meno – su luoghi ed eventi strani, simboleggiavano, attraverso una complessa iconografia, alcuni temi più elevati: la magia di afferrare il mondo come una singola immagine ordinata, la sostituzione del contenuto della geografia classica con una geografia “moderna” che incorporava le “nuove scoperte” e la secolarizzazione dell’immagine del mondo con il passaggio dalla raffigurazione dello spazio spirituale a quella dello spazio geometrico. (Woodward 103)
Il discorso sullo spazio che la mappa produce appare allora non soltanto il soggetto ideologico di un preciso genere ma anche il fondamento economico di numerose professioni e il movente politico di imprese coloniali, scambi commerciali e condizionamenti istituzionali. Mai quanto in quest’ordine di rappresentazioni appare chiaro come la mimesi sia un rapporto di produzione sociale. In questo senso potrei azzardare per la mappa moderna il termine ideologramma, sottolineando il carattere politico di una rappresentazione soprattutto grafica (gramma, in latino linea) – il reticolato cartografico – capace di analizzare e risolvere qualcosa che viene sentito come un problema (lo spazio), e allo stesso tempo depositaria di un’energia sociale che la sedimenta nel profondo delle coscienze; la parola stampata essendo anch’essa un diagramma risultato della stessa operazione scritturale che presiede alla compilazione di una carta, diventa stretta alleata della mappa: l’ideologramma diventa allora tanto cartografico quanto verbale.
Appare allora possibile interpretare la letteratura di viaggio rinascimentale come una testualità che oltre a contestare il principio d’ordine e stabilità della mappa trasforma invece incessantemente dei luoghi in spazi e degli spazi in luoghi. Questa polarità interna e non esterna assomiglia molto al tratto che Tzvetan Todorov assegna al racconto di viaggio così come lo immagina – inconsciamente – il lettore di oggi, ovvero “una certa tensione (o un certo equilibrio) tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato” (Le morali della storia 111), tra una narrazione personale che non si riduce a descrizione oggettiva, e il quadro delle circostanze esterne al soggetto, che viene fornito dal viaggio. Il racconto vive della compenetrazione reciproca e del conflitto fra scienza e autobiografia, con il rischio continuo di trapassare da un discorso all’altro. Ma questo rischio è strettamente legato alla dimensione estetico-letteraria che la letteratura di viaggio conosce soltanto a partire dalla fine del Settecento, ovvero quando da un lato si costituisce il patto autobiografico di cui parla Philippe Lejeune e dall’altro quando la demarcazione fra prassi e teoria dissolve il sistema umanistico delle lettere e delle arti. Risalendo invece al Cinquecento è possibile leggere la dinamica per nulla lineare attraverso cui la tensione fra luogo e spazio si è costituita, ma non ancora cristallizzata in discorsi autonomi e codificati.
Un quadro totalizzante
Il carattere inaugurale attribuito alla costruzione dello spazio geografico rinascimentale può essere dunque riletto in termini di fondazione di discorsività, piuttosto che di nascita o scoperta. Un testo cui potremmo attribuire questo ruolo di istitutore di discorsività è il progetto editoriale delle Navigazioni e viaggi, monumentale raccolta di materiale geografico compilata dal segretario della Serenissima Giovanni Battista Ramusio (1485-1557) e pubblicata da Tommaso Giunti a Venezia in tre imponenti volumi rispettivamente nel 1550, nel 1553 e nel 1559.[2]
Summa delle conoscenze acquisite in quei decenni di febbrile esplorazione oceanica congiunte alle relazioni dei più attenti e coraggiosi viaggiatori del passato, le Navigazioni innovano un genere fino allora instabile e governato dal criterio cronologico, sostituendovi un’organizzazione spaziale in cui trova posto materiale molto eterogeneo, dalle narrazioni di mercanti greci e cartaginesi, a quelle dei missionari medievali, dagli avvisi dei Gesuiti alle ambascerie veneziane, dalle lettere di Vespucci e Cortés ai diari di bordo dei piloti portoghesi, dal Milione di Marco Polo al viaggio di Leone Africano, dalle opere storiografiche di Pietro Martire e Oviedo alle relazioni sulle esplorazioni di Cartier e di Caboto. Complesse operazioni di reperimento, collezione, comparazione filologica, traduzione e uniformazione in una veste linguistica bembesca, assemblano così una sorta di atlante verbale della geografia cinquecentesca, le cui indicazioni di regia vengono esplicitate nei Discorsi che l’umanista premette alle relazioni o che riserva a dialoghi e trattazioni di questioni geografiche, fisiche, economiche e politiche.
Descrizione totalizzante del globo, osannata nel primo Novecento come straordinario e pionieristico saggio del metodo positivo e sperimentale in geografia (Del Piero 89; Grande 108), il disegno della raccolta ramusiana ha sollevato l’interesse della critica recente, che ha cominciato a riconoscervi un “progetto per l’unificazione del mondo” (Milanesi, Introduzione XXV), “una presa di possesso simbolica del mondo e delle cose” e “un progetto strategico” (Albertan-Coppola e Gomez-Géraud 61-9). I pochi studi realizzati concordano nel riconoscere che esso per primo e in maniera completa realizza il passaggio da una raccolta di relazioni di viaggi a una descrizione del mondo. Per comprendere l’evidente elemento di coerenza che governa allora la raccolta, suggerisco di analizzarla come progetto di “mappatura” del mondo, come operazione scritturale che articola una nuova pratica di spazio in formazione discorsiva.
La lettera dedicatoria a Girolamo Fracastoro che introduce il I volume delle Navigazioni (1: 3-6) fin da subito avverte della triplice ragione cartografica che presiede alla compilazione. Le carte ne sono la causa, il mezzo e il fine, non servono a Ramusio soltanto per coordinare i materiali archiviati, ma rappresentano una parte cospicua delle fonti, forniscono gli elementi per correggere i testi, i criteri per strutturare la distribuzione delle relazioni, i parametri per verificare l’attendibilità delle testimonianze, per farne una cernita e una selezione. Il movente della raccolta è quello dell’aggiornamento delle tavole tolemaiche, il fine è quello sia di soddisfare la sete di conoscenza degli studiosi sia di fornire ai governi che gestiscono il commercio internazionale e attuano progetti di colonizzazione un attendibile e agevole strumento di lavoro. Esigenze di un duplice e interrelato pubblico che non si arrestano alla semplice lettura ma implicano un’estrapolazione di dati finalizzata alla compilazione di nuove carte geografiche. La prescrizione della geografia tolemaica, lascia intendere lo stesso Ramusio, sarà completa e definitiva quando le carte nautiche dei portoghesi verranno integrate con la messe di informazioni di cui la letteratura di viaggio è depositaria. Così il raccoglitore si rivolge Alli studiosi di geografia, avvertendoli che le tre mappe d’accompagnamento al I volume – che portano comunque la firma del più noto cartografo italiano dell’epoca, Jacopo Gastaldi -sono ben poca cosa rispetto a quelle che si potrebbero trarre dal libro (1: 908).
Dunque il grande planisfero ramusiano nasce per contestare delle mappe, si forma attraverso la mediazione di mappe e propone la costruzione di nuove mappe. In questi tre diversi momenti, la mappa è un tema ossessivo dei Discorsi, ma è utile soffermarsi inizialmente sul manifesto programmatico di emendare Tolomeo.
Un modello anacronistico
Attraverso complesse vicende di trasmissione l’Istruzione geografica o Geografia di Tolomeo, la summa delle conoscenze sul mondo che la classicità aveva prodotto nel II secolo, era riapparsa in Europa, assieme alle tavole di Marino di Tiro, al principio del Quattrocento. È opportuno riflettere sulla consacrazione che il modello, nel momento stesso in cui viene contestato, trova nelle Navigazioni. Tolomeo è l’unico a fornire, in senso metaforico e in senso letterale, le coordinate per una descrizione sistematica e totalizzante del mondo. Tolomeo dà dei numeri, dei gradi, delle misure di longitudine e latitudine, che permettono di rappresentare sulla carta le località di tutta la terra. Rende finalmente utilizzabili ai cosmografi i dati delle carte nautiche, che prescindevano dalle coordinate astronomiche delle località, dalla loro posizione sulla superficie terrestre (Milanesi, Tolomeo 12). La compulsione “numerica” che Ramusio deriva da Tolomeo permette di riandare incessantemente dal testo classico a quello moderno, come si legge bene nel discorso che introduce la navigazione del mar Rosso attribuita allo storico greco Arriano (2: 500-13), le cui informazioni vengono continuamente paragonate con i gradi riportati da Tolomeo, da Marino di Tiro e dai navigatori portoghesi. Sulle contraddizioni degli antichi prevale l’estrema diligenza degli ultimi, per i quali Ramusio nutre profondo rispetto, giungendo addirittura a inventarsi un “pilotto portoghese che aveva cognizione de’ libri di Tolomeo” (2: 503) che corrobori e suggelli la sua opera di correzione, e dia un’impressione di empiria alla condanna delle fantasie tolemaiche sulla terra incognita. Un navigatore portoghese in carne e ossa assiste invece Ramusio nella ricostruzione dell’itinerario atlantico del cartaginese Annone: entrambi appaiono indaffarati a riconoscere nei citati nomi antichi quelli moderni, con l’aiuto dei dati tolemaici che si rivelano però subito inesatti, perché “tutti i gradi sono stati variati dal tempo e della negligenza degli scrittori. Ma li gradi che sono stati osservati dalli presenti marinari, per ordine dei suoi re, sono verissimi e giustissimi” (1: 559). Ramusio invoca di nuovo la conferma autoptica di un alter ego lusitano quando cerca di ritrovare sulla carta la rotta seguita da un altro mercante greco dell’antichità, Iambolo, e affermare che essa giunse addirittura fino a Sumatra; essendo la narrazione sprovvista di toponimi, le congetture abbisognano dell’avvallo della (fittizia) testimonianza oculare (1: 903-8).
Tolomeo offre così i rudimenti di un metodo cartografico destinato a sfruttare le acquisizioni tecnologiche della modernità, ma anche un quadro di sistemazione dei dati dal respiro totalizzante che può legittimare l’accumulo di letteratura odeporica. Così l’ammirazione di Ramusio per la diligenza nella raccolta portoghese dei dati matematici delle loro scoperte, cede presto il passo a un severo rimprovero per la mancanza di una storiografia e di una geografia che ai toponimi registrati sulle mappe desse vita. Il nome, per quanto puntualmente individuato dalle sue coordinate, rimane inerte, e quindi inutilizzabile, se non accompagnato da una contestualizzazione che sia anche commerciale, politica, storica: altrimenti, come osserva l’umanista, l’isola scoperta da Tristan da Cunha è destinata a rimanere un punto anonimo segnato in mezzo alla grande distesa atlantica (1: 599-601). L’appello che egli fa in nome della memoria geografica, affermando che in ragione di questa trascuratezza si è finora ignorata l’esistenza del Nuovo Mondo, non a caso non è diretto né ai navigatori, né ai cosmografi: sono i governi, finanziatori, promotori e gestori delle fonti del sapere geografico, che vanno sollecitati a gran voce e Ramusio si dichiara fiducioso dell’incidenza che le sue Navigazioni potranno avere sull’operato di questi vertici.
Se una geografia deve incaricarsi della sistemazione dei dati raccolti, ciò è necessario anche perché l’insieme del sapere scientifico necessita di una tale sintesi. Ramusio rimprovera Francisco Alvarez di non aver effettuato, durante il suo viaggio in Etiopia, le misurazioni che avrebbero contribuito alla definitiva risoluzione del dibattito scientifico sulle fonti e l’escrescenza del Nilo (cui è dedicato nelle pagine seguenti un dialogo con Fracastoro) (2: 79-80). Ma le conseguenze della disattenzione di Alvarez si riversano sul corpo intero della cartografia africana, che fa di lui una privilegiata fonte d’informazione. Ci troviamo di fronte a un aneddoto altamente rappresentativo del dialogo fra l’autorità tolemaica e la testimonianza autoptica: Alvarez infatti, ignaro di determinazioni astronomiche, riconosce nel lago Tana uno dei due laghi che il geografo alessandrino indicava come sorgenti del Nilo, provocando un colossale equivoco destinato a perdurare sulle carte geografiche dell’epoca.
Il positivismo ha magnificato il tributo portato da Fracastoro all’osservazione diretta, e ha visto nella collaborazione con Ramusio un triplice assalto all’autorità di Tolomeo, in campo astronomico, geografico e cartografico (Grande 100-1). L’edizione critica del testo greco della Geografia data da Erasmo da Rotterdam nel 1533, e la sua prima edizione in italiano, nel 1548, in cui la sproporzione fra le carte antiche (26) e quelle nuove (34, tutte opera di Gastaldi, il collaboratore di Ramusio) sembrano infatti sancire definitivamente l’obsolescenza di ciò che ormai è il monumento classico della geografia. Tuttavia l’emergenza del modello tolemaico non ha soltanto offerto una riserva di dati sul mondo conosciuto dagli antichi, ma, facendo letteralmente esplodere il matrimonio medievale fra geografia profana e storia sacra, ha fornito, proprio in forza del suo anacronismo, una possibilità di montaggio per le nuove scoperte, come commenta Frank Lestringant:
La terra si è ingrandita a suo dispetto, e l’ecumene che gli antichi limitavano a una porzione longitudinale dell’emisfero boreale si è ormai quadruplicata. Ora questo modello, apparentemente inadeguato, si è rivelato fecondo proprio in ragione del suo stesso anacronismo. Grazie al supporto per tre quarti vuoto che offriva ai moderni geografi, liberi d’inscrivervi i profili delle terre recentemente “inventate”, questa forma allo stesso tempo chiusa e aperta, piena e lacunosa, rappresentava la costruzione ideale ove ospitare, attraverso aggiunte approssimative e disparate, i “pezzi” di spazio che i navigatori riportavano dai loro lontani viaggi, dopo averli sommariamente consegnati alle loro carte nautiche e ai loro portolani. (18-9)
Solo un modello aperto e allo stesso tempo chiuso poteva registrare nelle Navigazioni il movimento centrifugo delle nuove scoperte e reggere alla risolutiva sanzione di finitezza della circumnavigazione magellanica. È in questo senso che la raccolta ramusiana rappresenta un’operazione di mappatura del mondo: la terra acquisisce una forma chiusa, il che significa per Ramusio che essa diventa cartografabile, che le terre incognite possono essere sottratte al mito e inserite come prioritarie nell’attuale programma di lavoro dei navigatori, dei monarchi e degli scienziati. La Geografia, che contiene in se stessa le ragioni del proprio aggiornamento (il lavoro di Tolomeo infatti corregge i dati di Marino di Tiro), autorizza così un’opera di montaggio geografico perfettibile e proiettata nel futuro, aperta e modulabile all’infinito. La sorte della raccolta ramusiana sarà invece diversa, analoga a quella del suo modello, ovvero l’ingresso in un canone monumentale del sapere geografico.
L’engramma tolemaico
Un’ipotesi affascinante che potrebbe spiegare in parte il successo della riesumazione di Tolomeo, che scavalca a piè pari lo spazio metonimico e sacrale del Medioevo, è quella che permette di considerare il suo reticolo cartografico come “engramma”. È questa una nozione che rinvia alla teoria della memoria sociale concepita da Aby Warburg, che presenta molte affinità con il concetto di energia sociale proposto da Greenblatt. Se è difficile disgiungerlo dalle idee di esperienza originaria dell’uomo primitivo da cui esso dipendeva nella psicologia storica di Warburg e di Richard Semon, l’engramma può tuttavia essere utile a interpretare la simbolicità del reticolo tolemaico e a interpretarne la trasmissione storica, allargandola a una dimensione collettiva. Lo studioso vedeva nel frammento di una ninfa, che sembrava riaffiorare, all’epoca degli scavi archeologici rinascimentali, assieme ai bassorilievi antichi come da un remoto e radicalmente altro passato, l’esempio di una categoria di immagini provenienti dalla classicità che provocavano una intensa esperienza emotiva, uno shock visivo inaudito. Queste Pathosformel esercitarono un’azione talmente formidabile, e che affondava nel più profondo della coscienza, che la storia dell’arte allora orientata verso il realismo fu bruscamente deviata verso il suo ben noto destino barocco. Il barocco aveva fatto la sua trionfale e precoce entrata nella storia con il ritrovamento del Laocoonte e col pathos che questo aveva impresso alla cultura estetica di un’intera civiltà. Ma questo potere improvviso e imprevisto di immagini che avevano la forza magica del simbolo non si poteva imputare a secoli di oblio e a una fortunata riscoperta: queste immagini si erano trasmesse ininterrottamente anche attraverso i “secoli bui” dell’età di mezzo. Come spiegare allora il loro fenomenale impatto quattrocentesco? Warburg cerca di farlo mutuando dalla psicologia sociale di Karl Lamprecht la nozione di corpo sociale come fascio di stimoli, e combinandola con la concezione di Semon della memoria come
capacità di reagire a un evento in un certo periodo di tempo; cioè una forma di immagazzinamento e di trasmissione dell’energia sconosciuta al mondo fisico. Ogni evento che influenza la materia vivente lascia una traccia che Semon chiama “engramma”. L’energia potenziale conservata in questi “engrammi” può, in circostanze adeguate, essere riattivata e scaricata. (Gombrich 210)
È possibile allora sul suo esempio immaginare il reticolo tolemaico non solo come un neutro ricettacolo di gradi e coordinate, ma piuttosto come un simbolo in cui si deposita l’energia impiegata nello sforzo non di effettuare i rilevamenti astronomici ma di possedere lo spazio in maniera totalizzante con uno unico sguardo ubiquista e onnipotente. Tale energia può sprigionarsi e rendere efficace il simbolo in maniera così formidabile solo al contatto con la “volontà selettiva” di uno storicamente determinato sistema culturale. Come il pathos classico che si degrada presto nella retorica del manierismo, similmente l’automaticità della lettura della mappa subentra all’entusiastica e miracolosa possibilità concessa all’uomo rinascimentale di scrivere sulla carta geografica un’esperienza dello spazio che improvvisamente sembrava risolversi in se stessa. L’atto quasi divino di abbracciare l’intero globo con un solo sguardo era meravigliosamente diventato alla portata di tutti. Ramusio sembra qui commentare il momento di trapasso dalla meraviglia alla normalizzazione. Tramonta l’engramma medievale delle mappae mundi, inerte e muto ormai per noi, ma che doveva essere stato capace, con un’irresistibile forza centripeta, di orientare lo spazio cristiano verso una Gerusalemme dove, con una metonimia verticale, il fedele veniva bruscamente innalzato ai domini della trascendenza che trasfiguravano il mondo in Creato. Qualcuno sostiene che i geografi cinquecenteschi procedessero alla raccolta e alla sistemazione di dati in maniera del tutto inconscia (Bevilacqua 356), anche se è difficile pensarlo per Ramusio, eppure è proprio in un margine di incoscienza che si può risalire al carattere simbolico, e non puramente scientifico, dell’incontro con Tolomeo. Questo incontro, lungi da costituire un mero rifornimento di dati numerici, è quello in cui si articolerà una visione dello spazio che circolerà in tutto il corpo sociale: il dialogo con gli antichi costituisce un evento che non è né predeterminato né così innocente, esattamente come
l’atteggiamento degli artisti di fronte alle immagini ereditate dalla tradizione non era … nemmeno pensabile in termini di scelta estetica né tantomeno di ricezione neutrale: si trattava di un confronto, mortale o vitale secondo i casi, con le tremende energie che si erano fissate in quelle immagini, che avevano in sé la possibilità di far regredire l’uomo in una sterile soggezione ovvero di orientarlo nel suo cammino verso la salvezza e la conoscenza. (Agamben 57)
Il fatto che esista una tensione fra luogo e spazio, non significa che la fondazione di questa tensione, come la fondazione di ordini e l’istituzione di discorsività (con i loro binarismi vero/falso, bene/male), ricada sotto questi stessi parametri binari. L’incontro con l’engramma tolemaico rimanda a un’esperienza dell’extra-ordinario, a un momento in cui viene tracciato un confine asimmetrico fra proprio ed estraneo, che non può essere ricostruito né recuperato, ma costringe a spostare l’attenzione dalla dimensione intenzionale a quella responsiva, a quel registro del pathos e della risposta al centro della fenomenologia dell’estraneità di Bernhard Waldenfels (39-64). La risposta conduce inevitabilmente a una riappropriazione finale da parte del proprio, tuttavia conta sottolinearne la limitatezza (non può mai esaurire l’estraneo a cui risponde), l’ineludibilità (anche il silenzio è una risposta), l’asimmetria (non c’è un luogo terzo di mediazione) e soprattutto la creatività (non si può elaborare una pratica definitiva dell’estraneo). In questo caso la riappropriazione dell’engramma da parte dell’episteme rinascimentale, caratterizzata secondo Michel Foucault da relazioni di somiglianza, dall’associazione fra parole e cose e dal linguaggio come scrittura materiale delle cose (Le parole e le cose 31-59), è avvenuta forse attraverso la categoria del microcosmo, che nella proiezione tolemaica poteva trovare un’ulteriore garanzia alle corrispondenze fra il Tutto e le sue parti. Allo stesso tempo la risposta a questo incontro è stata indubbiamente creativa, ha cioè inventato delle nuove soluzioni al problema della produzione di spazio nella modernità. Propongo allora di analizzare il caso ramusiano seguendo l’idea suggerita da Henri Lefebvre, secondo cui questa produzione si realizza nella simultaneità di tre operazioni: omogeneizzazione, frammentazione e gerarchizzazione.
Omogeneizzazione
L’omogeneità dello spazio moderno deriverebbe, secondo Lefebvre, dall’arte prospettica, che già aveva fondato la propria autorità sui “giochi di verità” delle scienze matematiche, propagando all’interno della società la visione euclidea (e più tardi cartesiana) dello spazio (XVII-XVIII). La prospettiva difatti è stata durante il secolo scorso al centro di molte riflessioni teoriche elaborate in antagonismo alla critica, condotta sulla base del naturalismo e mossa da preoccupazioni di mimesi, che veniva esercitata sul vasto insieme delle opere visive, dagli affreschi romani alle sculture rinascimentali, come agli atlanti di Mercatore. Si può ricordare l’ipotesi di Alois Riegl della totale alterità del sentimento e della resa spaziale antica rispetto alla costruzione rinascimentale (102-110) oppure la possibilità, offerta da Ernst Cassirer, di interpretare questo sentimento e questa resa come "forma simbolica" (Filosofia 175-199; Sostanza 145), possibilità praticata da Erwin Panofsky nel celebre saggio La prospettiva come forma simbolica, che forniva un’elaborazione teorica al metodo iconologico applicato da Aby Warburg e che si sarebbe sviluppata ulteriormente con Fritz Saxl in una Storia delle immagini.
Questo filone di studi teorici tende a suggerire come anche in pittura, architettura, scultura la prospettiva svolga funzioni analoghe a quelle della mappatura; come entrambe producano uno spazio che è vettore di cambiamenti sociali e politici; come spazio prospettico e spazio cartografico attuino incessanti transazioni con lo spazio teatrale e scenografico. Il tutto avviene effettivamente nella direzione di una “teatralizzazione” dell’individuo, cui viene attribuito con sempre maggiore autorità un ruolo definito dai suoi posizionamenti spaziali, all’interno di un comune spazio scenografico quale il mondo si va delineando nei prodotti della pittura, dell’architettura, della cartografia del Cinquecento. Il nuovo spazio affonda la sua universalità nella visibilità diversamente dal posizionamento dell’individuo medievale, che ne qualificava il ruolo sociale, ma all’interno di uno “spazio di localizzazione” (Foucault, Dits et Ecrits 753) gerarchico la cui universalità era sancita dalla sacralità della tradizione e dal privilegio dogmatico accordato alle classi dominanti. Non c’era bisogno di visualizzazioni - si pensi alle pratiche di visualizzazione prescritte dalla pedagogia gesuitica - per ricordare che l’abitante della villa era soggetto all’autorità dell’abitante del castello.
Brian Harley non esita a riconoscere in questo “nesso teatrale” un elemento fondante della nuova politica coloniale: “le metafore utilizzate dai cartografi per dare un nome alle loro produzioni rafforzano il sentimento d’irrealtà: la carta del mondo di Mercatore rappresenta la terra come un “Teatro” per l’attività umana, implicando che l’America è una scena per i suoi primi colonizzatori europei” (Relire les cartes 105). In questo senso è possibile allora leggere le Navigazioni in relazione all’“inaspettata teatralizzazione del soggetto che acquista coscienza della propria autonomia attraverso modi di posizionamento sviluppati all’interno di rappresentazioni, sia testuali che reticolate, della realtà” (Conley 2).
Mi piace dunque pensare che l’engramma tolemaico abbia ottenuto una risposta decisiva a metà Quattrocento in relazione anche all’elaborazione spaziale che avveniva in campo artistico (ne abbia incontrato la “volontà selettiva”), campo da cui la cartografia non si era ancora pienamente demarcata. Il continuum spaziale che occupa la totalità del quadro prospettico, invade la carta geografica. Le terrae incognitae, luogo privilegiato dello scacco alla presa di controllo del mappatore, in cui il Medioevo aveva rigettato l’incomprensibile e il meraviglioso, diventano per Ramusio l’oggetto privilegiato e urgente di un progetto che aspira a riempire le sagome lasciate vuote dalla cartografia nautica per i nuovi mondi o dalla geografia classica per quelli vecchi. Eloquente in proposito è l’immagine dell’“anonimo di Caffi”, alter ego del raccoglitore, suo fittizio interlocutore, che si piega sul mappamondo di Fracastoro e stila l’elenco delle zone ancora vergini del globo sulle quali l’attenzione dei principi dovrebbe dirigersi (2: 967-90).
Questo horror vacui, che può essere placato a suon di coordinate, nomi di località, descrizioni di corsi fluviali e di montagne, è anzitutto la turbata reazione al vuoto oceanico della fisica aristotelica. João de Castro, qualche anno prima di Ramusio, nel suo Tratado da sphera (1540), aveva dato voce allo stesso raccapriccio, svolgendo una chiara requisitoria contro la teoria del filosofo antico, che propugnava la prevalenza sulla superficie terrestre dell’elemento acqua sull’elemento terra.
L’affermazione teorica dell’omogeneità dello spazio geografico si traduce in Ramusio nella convinzione che la Terra sia conoscibile, praticabile e abitabile in ogni sua parte, e dà l’avvio a un serrato dibattito con la classicità, nel duplice binario della contestazione e della rilettura moderna delle fonti antiche. Numerosi passi dei Discorsi insistono sull’insostenibilità della teoria classica delle fasce climatiche: sotto l’equatore i paesi che Tolomeo qualificava terra incognita, e che i geografi antichi supponevano aridi e desolati, si sono rivelati fertili e ricchi di vegetazione (2: 503-4), come hanno dimostrato le navigazioni di Alvise da Mosto e Pero da Sintra contenute nel I volume (1: 469-71); ancora una volta, per la critica ramusiana l’errore degli antichi, che spopolava queste terre, discende da una fondamentale lacuna metodologica (2: 403-5). Nel II volume il viaggio di Pietro Quirino è solo un’anticipazione dell’opera di Olao Magno, che metterà definitivamente fuori discussione l’inabitabilità delle zone artiche e settentrionali (5: 7-9). Le imprese atlantiche a occidente, inaugurate da Colombo, risolvono infine una volta per tutte la questione dell’abitabilità della terra.
La conoscibilità e la praticabilità dello spazio mondiale, teorizzata dalla carta geografica, è per Ramusio strutturale, mentre i vincoli che le limitano sono sovrastrutturali, appartengono al dominio della movimentata storia dell’umanità. Non c’è dubbio che le nuove rotte e i nuovi itinerari, che disegnano i nostri geografi a villa Caffi, siano realizzabili: non è lo spazio a opporre resistenza a simili progetti, semmai essi devono inevitabilmente fare i conti con i finanziamenti e le limitazioni politiche. Da questo punto di vista gli antichi vengono ampiamente rivalutati: la stabilità e la sicurezza di cui godeva l’arte nautica sotto l’Impero Romano, devono fornire un modello e un esempio all’intraprendenza dei moderni e alle politiche estere dei governi (2: 967-90).
La coerenza di Ramusio lo spinge infine a interpretare le “favole” degli antichi come deliberate menzogne o allegorie, il cui significato potrebbe essere anche geografico oltre che morale. Così, la fantastica descrizione della costa africana tramandataci da Annone, può essere interpretata come una determinata scelta di conformarsi alla storiografia e al mito greci: se avesse riferito fedelmente la sua esperienza di quelle terre, avrebbe corso il rischio di non essere creduto (1: 551-61). Il mercante Iambolo, per dare veridicità al suo racconto, potrebbe averlo adeguato alle credenze del pubblico cui si rivolgeva, rincorrendo la poesia nel mescolare verità e meraviglia (1: 903-4). Ramusio riesce così a giustificare la sua selezione delle fonti antiche, ma va oltre e, per ribadire l’identità strutturale di spazio antico e moderno, per affermare che il mondo è sempre stato abitabile, praticabile e conoscibile, rilegge anche i monumenti poetici e filosofici dell’antichità in maniera del tutto particolare. Il giardino di Alcinoo, si rivela così in Omero uno stratagemma allegorico per descrivere la fertilità delle zone tropicali, e il mito platonico di Atlantide non altro che un’allusione al Nuovo Mondo (5: 6-7).
Frammentazione
L’iperbole cosmografica che Ramusio adotta impone la difficile scelta di una partizione dei materiali. I criteri della geografia fisica, se da un lato verrebbero incontro al desiderio di confermare l’omogeneità di uno spazio scorporabile in masse continentali, d’altra parte non renderebbero adeguatamente conto degli itinerari e delle rotte che collegano le diverse aree geografiche. Ramusio aspira invece a offrire contemporaneamente al quadro totalizzante d’impronta tolemaica, una guida commerciale che fornisca anche delle coordinate relazionali oltre che astronomiche. Per la stessa ragione l’operazione della mappatura non può risolversi attraverso i parametri cronologici di una storia delle scoperte, in cui si perderebbe al contrario il senso profondo di unità del planisfero ramusiano, se non laddove l’avanzata degli esploratori prosegue e modifica una medesima rotta (la saga portoghese da Alvise da Mosto fino ad Andrea Corsali). A Ramusio serve un criterio spaziale che rispetti tuttavia l’articolazione storica delle vie lungo le quali si svolgono le sue Navigazioni e viaggi. Da buon veneziano, cittadino di uno stato la cui “base territoriale” è stata per secoli anzitutto il Mare Adriatico, egli elabora una visione talassocentrica del globo, che pone il mare al proprio centro e in cui la disposizione delle terre emerse può essere affidata all’autonomia e all’omologia dei bacini di comunicazione su cui esse si affacciano. L’horror vacui di Ramusio non può più infatti ammettere l’opinione di Strabone secondo la quale un’immensa e solitaria distesa oceanica accerchiava le terre abitate, penetrandovi soltanto con quattro grandi insenature (il Mar Mediterraneo assieme al Mar Nero, il Mar Rosso, il Golfo Persico e il Mar Caspio):
E Strabone questi mari li chiama mediterranei, perciò che sono nel mezzo della terra. Ma nella età nostra, che si son fatte tante navigazioni d’ogni canto di questo globo della terra, s’è conosciuto chiaramente l’oppenione di detti antichi non esser vera, e che non vi è Oceano alcuno che la circondi tutta, ma che tutti i mari sono circondati dalla terra, e perciò possono ragionevolmente esser chiamati mediterranei. (2: 512)
La mediterraneità dei mari può dunque rispettare il continuum spaziale del mappamondo e isolare delle più piccole cornici geografiche in cui la narrazione storica dei viaggiatori possa essere completamente contenuta. Nella prima metà del Cinquecento la maggior parte dei sistemi economici e culturali, la cui unità è garantita dalla continuità delle comunicazioni, si raccoglie attorno a dei mari chiusi: il Mediterraneo, non ancora frantumato dagli scontri con l’Islam (il Turco), il Baltico, il Mare del Nord, l’Oceano Indiano (che Tolomeo chiude anche cartograficamente), il Mar dei Carabi dei primi insediamenti spagnoli. Questa concezione, non si limita tuttavia agli spazi marittimi, e anche i “viaggi” terrestri, oltre alle “navigazioni”, possono essere ricondotti a grandi vie carovaniere che collegano fra di loro civiltà urbane separate da smisurate estensioni desertiche.
Il Sahara di Leone Africano è un mediterraneo sulle cui rive meridionali si affacciano i regni del Sudan, dove confluiscono l’oro, l’avorio e gli schiavi delle foreste equatoriali acquistati in cambio di sale, e da dove ripartono sul dorso dei cammelli dei Beduini. Dopo la traversata del deserto interrotta solo da soste in oasi-isole, l’oro e le altre mercanzie raggiungono la sponda settentrionale dove si succedono i porti di Barberia, sede di commerci con i mercanti genovesi, veneziani, marsigliesi, turchi che offrono in cambio grano, corallo, tessuti, spezie e cavalli. L’oro in polvere, ormai entrato nei vivaci traffici del Mediterraneo, da Venezia e dall’Egitto defluisce verso Oriente, moneta di scambio necessaria all’acquisto delle spezie dell’Oceano Indiano. Questa via continentale dell’oro africano viene rapidamente scavalcata dalle tratte commerciali dei Portoghesi che la spostano lungo le coste atlantiche del continente. Perciò nel primo volume la descrizione di Leone può fare da premessa all’epopea marittima lusitana che si apre con Alvise da Mosto, ovvero con la temeraria politica marittima di Enrico il Navigatore.
La mobilità della dimensione politica delle Navigazioni contrassegna dunque fin dall’inizio la raccolta, ma la sostituzione di antiche con nuove vie commerciali non intende frantumare storicamente lo spazio in configurazioni passate ormai irrecuperabili: al contrario, il ventaglio di possibilità e percorribilità che esso offre all’intraprendenza umana ne rafforza la struttura omogenea e praticabile. Così l’ampia trattazione storica di Ramusio sul commercio delle spezie, in cui alla via egiziana dei traffici antichi si succede, dopo la fine dell’Impero romano, quella continentale dall’Indo al Mar Nero, poi quella del Golfo Persico e della Siria, poi ancora il ritorno alla precedente, insomma tutto questo alternarsi non scalfisce ma anzi incoraggia nuovi progetti. La tanto rivoluzionaria via portoghese del Capo, come il collegamento spagnolo fra Panama e le Molucche, sono destinati a esaurirsi, non perché la storia modifica irreparabilmente le possibilità di praticare lo spazio, ma anzi perché si può disegnare sulla carta una nuova e più comoda via settentrionale al Catai (2: 967-90).
Se nuove rotte possono essere inventate, le antiche possono risultarne ridimensionate, o perdere monopoli prima indiscussi; tuttavia, finché attorno a esse gravitano aree omogenee di occupazione umana, per Ramusio continuano a fornire un valido criterio organizzativo dei materiali. Così la via artica all’Estremo Oriente fantasticata dall’anonimo di Caffi sembra essere in competizione con quelle portoghesi dell’Oceano Indiano, piuttosto che con la via continentale della seta percorsa da Marco Polo. Essa potrebbe aprire un nuovo bacino settentrionale di navigazione, che non si fonderebbe con gli altri due, a loro volta ben distinti nella visione cartografica ramusiana. L’Asia non è un blocco unitario e per Ramusio, come per tanti altri, la Cina non è la grande entità monolitica che sulle nostre mappe sembra invadere l’intero continente: Cina per loro sono i porti meridionali di Canton e Macao, collegati a Malacca e a Goa dai traffici portoghesi, solidali con l’economia indiana e delle Molucche; a Nord, il Catai sembra appartenere a un altro sistema economico e culturale: non il pepe di Ludovico de Varthema, ma il reubarbaro di Chaggi Memet, e mercanzie molto diverse, animano commerci i cui attori sono anch’essi di diversa provenienza e di diversa qualità. Le città del Catai non si affacciano sulle rive di un oceano, ma occupano la sponda orientale di un immenso deserto, anch’esso “mediterraneo” come il Sahara, che le collega con la Persia e il Medio Oriente, un deserto che è stato solcato, un po’ come l’Atlantico dai conquistadores, da orde mongole il cui ricordo continua a impressionare Ramusio (3: 395).
I racconti di Marco Polo e di Hayton armeno che avevano solcato questo mare di sabbia, impresa ben superiore a quella di Colombo per fatica e temerarietà (3: 24), giustificano così la divisione straboniana dell’Asia secondo la direttrice est-ovest (3: 395): nel primo volume l’Asia meridionale, dall’Arabia alla Molucche, viene inglobata nel sistema dell’Oceano Indiano, cui partecipano anche l’Africa e addirittura l’Atlantico meridionale che lo unisce a Lisbona (con l’appoggio delle coste brasiliane); nel secondo volume l’Asia settentrionale forma invece un tutt’uno con la Persia, la Russia ma anche la Scandinavia, in virtù di un possibile affaccio del sistema desertico asiatico sul mare Artico. Il terzo volume sembra avallare l’autonomia del Nuovo Mondo spagnolo, che un mediterraneo atlantico unisce a Siviglia, ma il Perù di Pizarro resta sostanzialmente estraneo alle navigazioni americane di Vespucci e Magellano, dirette rispettivamente in Africa e alle Molucche. Il trattato di Tordesillas, che l’amico Pietro Bembo aveva descritto nella sua Istoria Viniziana, si ripercuote così anche sulla geografia di Ramusio.
All’isotopia dello spazio navigato, che conferisce unità al mondo rappresentato nella raccolta, non corrisponde dunque una perfetta isotropia delle navigazioni[3]: esse collaborano armonicamente alla mappatura del globo, ma la conoscenza scientifica che offrono nasconde moventi ideologici ed economici diversi, a seconda che gli attori siano spagnoli, portoghesi, francesi, veneziani.
Gerarchizzazione
Le Navigazioni di Ramusio costruiscono uno spazio a prima vista osmotico, in cui la continuità del mare sembra vanificare l’autorità delle lottizzazioni coloniali, considerate solo in quanto effettivi ostacoli materiali alla libera circolazione del navigatore e del mercante. Tuttavia la suddivisione in aree di attività umana viene a coincidere con la spartizione rinascimentale del commercio internazionale in precise sfere d’influenza. La visione talassocentrica, nel momento in cui si dimostra insofferente delle frontiere territoriali, ostacoli all’intraprendenza umana, si propone di celebrare questa intraprendenza, trasformando i propri capitoli geografici in documenti di un’azione politica, di una presa di possesso, delle nuove terre appena scoperte come di chi le abita e le popola.
In Meraviglia e possesso Greenblatt commenta il radicale cambiamento della retorica di appropriazione legata al viaggio e alla descrizione del mondo: mentre i Viaggi di Mandeville appartengono ancora totalmente al Medioevo, a un universo fondato sulla metonimia, e sono l’episodio emblematico di un uso non-appropriante della mappa, “un inno alla mobilità, un sogno di libero movimento” (Greenblatt 75), il mondo di Colombo viene esplorato e appropriato grazie a un formalismo che è caratteristico dell’emergente produzione di spazio cartografico. Il Rinascimento segna una rottura esattamente in questo: la mappa diventa un potentissimo strumento di possesso. Alle mappe sono sempre stati delegati compiti di organizzazione, oltre che territoriale, sociale e culturale, ma la strutturazione del controllo raggiunge in questo periodo un livello di astrazione sconosciuto in precedenza. Il potere imperiale, ritagliando lo spazio sulla carta, può esercitarsi ora arbitrariamente e dissociarsi con maggiore facilità dalle proprie responsabilità sociali. È il risultato della convergenza fra la sintassi euclidea dello spazio propagata dalla formidabile riscoperta delle coordinate tolemaiche e la disponibilità di nuovi territori su cui esercitare le variabili del desiderio di possesso. Il principio dell’occupazione fisica su cui si fondava il possesso nel diritto romano (che corrsiponde al posizionamento con cui Cristo si impadroniva del mondo nella cartografia medievale), grazie al discorso di verità della mappa, che oblitera continuamente le proprie qualità simboliche, si applica a uno spazio “libero” e agibile, rispetto a tutte le costrizioni che la pianificazione territoriale tradizionalmente prevedeva. Attraverso possibilità di manovra più ampie di quanto si possa intuire, i talismani dell’autorità che sono le carte attuano delle figure di stile (la più comune: l’omissione) che rafforzano gli obblighi legali e gli imperativi territoriali. “Una società senza carte … non sarebbe politicamente concepibile”, afferma Harley (Déconstruire la carte 81), la cui critica alla visione progressiva e cumulativa della storia della cartografia si è significativamente concentrata sulla rilettura della prima cartografia (euro)americana prodotta dopo il 1492, nei termini decisi di un “atto di decolonizzazione geografica” (Relire les cartes 88).
La scena dello sbarco, infinitamente riscritta, diventa allora il momento topico dell’incontro con il Nuovo Mondo formulato come presa di possesso, e lo diventa attraverso le lettere di Colombo e le carte geografiche che disegnano le nuove conquiste. Entrambe le trascrizioni dell’evento presentano caratteristiche comuni: il formalismo del rituale legale di appropriazione dà luogo al battesimo delle nuove isole, all’imposizione di nomi propri, che inventano un nuovo assetto geografico fissandone la presa di possesso, ma si rivolgono esclusivamente agli europei. Il genovese sembra agire internamente all’astrazione della carta: la superiorità degli europei sugli indigeni appare “naturale” nell’estromissione di questi da una dimensione reciproca inerente al linguaggio verbale ma anche cartografico.
La scena dello sbarco come atto di “mappatura” doveva essere estremamente significativa nella visione cartografica di Ramusio, che nella riscrittura dell’opera di Pietro Martire, effettuata assieme a Navagero nel 1534, e poi confluita nelle Navigazioni, viene anticipata e posta in apertura al testo. È probabile che il desiderio di prendere simbolicamente (scientificamente) possesso del mondo delle Navigazioni, il desiderio di dominio intellettuale sul mondo diffuso fra i principi e gli accademici dell’epoca, esigesse l’apertura del capitolo americano con un atto originale di appropriazione cartografabile, privilegiandolo rispetto alla scena di dialogo culturale prevista originariamente da Pietro Martire. Doveva essere l’inizio di una catalogazione di isole, coste, fiumi, montagne che si sarebbe dipanata nella storiografia di Oviedo e nelle relazioni dei conquistadores iberici. La mappatura del mondo segue dunque le successive prese di possesso degli esploratori e conquistatori e l’attuazione di politiche economiche e coloniali molto diverse, e di conseguenza rapporti altrettanto diversi con l’alterità. L’America spagnola è in mano a hidalgos assetati d’oro e miranti a costruirsi dei feudi personali nel nuovo continente: la polemica umanistica contro la cupidigia trova rinnovato slancio in Ramusio che condanna duramente non solo la superficialità della storiografia spagnola (eccetto Oviedo) ma anche la brutalità e ignoranza che caratterizzano le imprese di conquista. La scuola della politica estera veneziana da cui proviene il segretario è ben più in sintonia con la storia dell’impero portoghese che occupa il primo volume, quella della conquista di un monopolio mercantile piuttosto che di un dominio territoriale. Ramusio critica la severità della legislazione lusitana, che blocca ogni concorrenza, tuttavia il talassocentrismo portoghese è molto affine a quello veneziano, anche nella risoluzione (o meglio nell’emarginazione) del problema dell’altro. Il loro movente mercantile si trattiene sui profili costieri, dove vengono costruiti isolati punti d’appoggio e fortezze che non danno mai origine a vere e proprie colonie se non in piccole isole destinate alla coltivazione dello zucchero (San Tomé come Cipro). I Portoghesi “si sono insignoriti di tutti i mari orientali” (2: 978), costruendo un impero di porti, negoziando unicamente con i signori locali: il resto della popolazione viene rigettato nell’entroterra ed escluso dall’incontro, al massimo ridotto (nel caso degli africani) a merce di scambio, schiavi da impiegare come manodopera nelle Indie Occidentali. L’interesse mercantile in Ramusio prevale in questo caso sulle possibilità di dialogo culturale che il suo progetto di navigazione del Niger immaginava, aprendo alla conoscenza europea i così civili regni africani del Sudan descritti da Leone (1: 469-71).
Gli indigeni infatti scompaiono dalla mappa e trovano un ben misero posto nei lunghi elenchi di mercanzie che il raccoglitore redige, oppure fanno capolino sulla superficie del mappamondo come vuote pedine da giocare nella teoria delle corrispondenze fra gli antipodi, confutata dall’anonimo di Caffi, accompagnate da una generica distinzione fra barbarie e civiltà (2: 504-5). Anche quando quest’ultimo (ma è la voce di Ramusio che parla) si rivolge ai principi invitandoli a nuove imprese marittime, il tema della conoscenza degli stranieri è presto risolto in una frettolosa retorica coloniale che cede subito il passo al ben più interessante motivo mercantile che anima le discussioni degli interlocutori (2: 980). Unica significativa eccezione che sembra sottrarre gli indigeni americani al paternalismo culturale europeo è il vivo interesse che Ramusio dimostra riguardo la pratica peruviana della scrittura, i quippos camaios di cui Oviedo gli dà notizia (5: 11): motivo di nobiltà e di civiltà che però rimane inerte e non sembra stimolare ulteriori confronti.
Conclusione
Ramusio, ricapitolando, organizza, rielabora e commenta una vasta ed eterogenea selezione di scritture di viaggio guidato da un movente cartografico che, dopo la sanzione di finitezza del globo della circumnavigazione magellanica, autorizza una descrizione totalizzante del mondo attraverso un’operazione di mappatura. Operazione che produce uno spazio omogeneo, e quindi abitabile, praticabile e conoscibile in ogni sua parte, contro il dogma aristotelico: al vuoto oceanico subentra una visione veneziana talassocentrica che trasforma i mari e le masse continentali in un continuum spaziale paragonabile a quello prospettico e geometrico. Uno spazio frammentato dalle pratiche di divisione, non della geografia fisica, ma dell’attività umana che si articola in bacini mediterranei, teatri di imprese commerciali e coloniali. Uno spazio infine gerarchizzato dalle prese di possesso del territorio da parte dei viaggiatori, dei principi e dei geografi che vi inscrivono diversi regimi di alterità legati a flessibili superiorità di posizione.
L’adozione e la volontà di aggiornamento del modello aperto, secolarizzato e perfettibile fornito dalla Geografia tolemaica offre alle Navigazioni la straordinaria possibilità di uno sguardo ubiquista sul mondo, ma realizzato attraverso racconti di spazio questo stesso sguardo diventa mobile e instaura una continua tensione fra mappa e itinerario, fra luogo e spazio. Prima che la carta si sia definitivamente formalizzata, e la letteratura di viaggio sia condannata alla continua oscillazione fra i discorsi autonomi della scienza e dell’autobiografia, le Navigazioni e viaggi cercano nella mappa la chiave unificante d’accesso agli spazi della classicità come ai nuovi spazi delle scoperte. L’energia dell’engramma racchiuso nel reticolo tolemaico rivela la propria instabilità nel paradosso di un’opera di montaggio geografico concepita come un punto d’arrivo provvisorio, perfettibile e proiettato nel futuro, che però va incontro al proprio fallimento nel momento in cui viene consacrata come irripetibile monumento della tradizione geografica. Il primo tentativo organico di mappatura verbale del mondo di fatto avrà seguito unicamente nella formalizzazione degli atlanti, ma la difficoltà di stabilire (soprattutto in relazione a una confinistica disciplinare) se il lavoro Ramusio segni un inizio oppure una fine, rischia di distrarre dal suo ruolo nell’effettiva istituzione di un discorso moderno sullo spazio che si rafforza continuamente attraverso la forma simbolica della mappa (l’ideologramma) e e che nella presunzione della carta di sottrarsi alla propria qualità simbolica seppellisce il proprio inconscio politico.
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